Ricordi di Allodole

Come tutte le mattine, percorrevamo circa trenta chilometri per arrivare sul posto di caccia. Lasciata alle nostre spalle la strada asfaltata, restavano da fare circa cinque chilometri di carrareccia prima che potessimo scendere dall’auto ed apprezzare il silenzio della piana.

Era Ottobre e ci preparavamo come sempre ad affrontare una mattinata di caccia alle allodole non prima però di aver fatto il classico “spollo” ai tordi nei pressi di una macchia adiacente. Erano i miei primi anni di licenza e, nell’attesa che albeggiasse ed i primi tordi iniziassero a palesarsi nel chiaroscuro della notte, pensavo che – finalmente – anche io ero diventato un “cacciatore” a tutti gli effetti; un mio fucile, le mie cartucce, il mio capanno. All’epoca quella zona del litorale laziale era frequentata da molti cacciatori di allodole provenienti da più parti d’Italia e, mentre iniziavano a riecheggiare nell’aria le prime fucilate ai tordi, c’era già chi preparava il gioco per le allodole disponendo sul terreno decine e decine di gabbiette che riempivano la piana di quel “brio brio” che ancora oggi mi fa venire i brividi. Terminato lo spollo ai tordi, attraversavamo la piana per andare a sistemare il capanno lungo una staccionata che divideva in rettangoli regolari i campi appena lavorati e, mentre papà piantava nel terreno i paletti che avrebbero composto la struttura del capanno, io raccoglievo quanta più paglia possibile per cercare di dargli delle sembianze più naturali. I preparativi erano rapidi, veloci, nessuno dei due parlava; ognuno si affrettava a svolgere il suo compito. Ero alle prime armi ma venivo da anni ed anni di “assistente” e quindi tutte quelle operazioni le sentivo mie e le conoscevo alla perfezione. Realizzato il capanno, rimaneva da posizionare la civetta motorizzata, fondamentale per attirare le allodole nei pressi della nostra postazione anche se, ripensando ai racconti di mio zio vicentino doc, “con la civetta vera sarebbe stata tutta un’altra storia”. Il movimento rotante delle ali della nostra civetta quindi, segnava l’inizio della mattinata di caccia alle allodole e, se una giornata fosse stata proficua o meno, lo si capiva da subito: una giornata pulita, soleggiata, con una leggera brezza settentrionale era la perfezione, una giornata che invece presentava condizioni climatiche differenti non prometteva nulla di buono. Quella mattina sfortunatamente il tempo aveva deciso di non essere dalla nostra parte: vento assente, umidità elevata e qualche nuvola all’orizzonte e, nonostante la presenza di qualche tordo ai nostri laccioli, l’umore non era dei migliori ed i nostri discorsi avevano tutti la medesima conclusione: “oggi non sarà una giornata memorabile”. Parlavamo del più e del meno quando iniziammo a sentire le prime fucilate provenienti dai capanni che in lontananza facevano capolino sulle piane, era un buon segno ma non era abbastanza, solitamente le prime fucilate erano (sono sempre) indirizzate ad allodole già presenti sul terreno entrate nei giorni precedenti. Tuttavia col tempo le fucilate si intensificarono ed iniziammo anche noi a tirarne qualcuna. Contro tutte le aspettative del caso, le allodole iniziarono a palesarsi e nella piana i colpi furono sempre più cospicui ed in poco tempo, ai tordi già presenti nei nostri laccioli, iniziarono ad aggiungersi anche delle allodole di passo, petti bianchi e zampe pulite erano elementi inconfutabili. Ricordo che riuscimmo a sparare diversi colpi nonostante nelle vicinanze ci fossero diversi cacciatori con le gabbiette, una “lotta” impari per chi come noi era munito solamente di richiamo a bocca e di quelli a vite! Poco importava, continuavamo ad entrate ed uscire dal capanno per andare a raccogliere le allodole che, una dopo l’altra, riuscivamo ad abbattere e qualche volta facevamo anche fatica a ricordare il punto esatto nel quale erano cadute. La mattinata andò avanti cosi per qualche ora fino a quando le fucilate diminuirono ed il rintocco delle campane domenicali nelle vicinanze ricordò a tutti i cacciatori presenti in zona che le undici erano ormai arrivate. Ci fermammo soddisfatti a guardare i laccioli ed i bossoli nei nostri zaini e, nonostante qualche sporadica allodola ancora cantava, decidemmo di smontare il nostro appostamento ed avviarci verso casa. Nell’avvicinarci alla macchina dai capanni muniti di richiami ancora partiva qualche fucilata, ricordo un capanno realizzato anch’esso lungo la staccionata contornato da bossoli e pensavo a quanto si fosse divertito il fortunato che, non a caso, era impegnato a raccogliere un’allodola appena abbattuta. Tornati al punto di arrivo, ci togliemmo gli zaini dalle spalle e caricammo tutto in macchina, qualcuno aveva avuto la nostra stessa idea, qualcun altro era ancora li, sul campo, ad insidiare le allodole che a piccoli tratti continuavano ad entrare. Per me la caccia alle allodole è stata questa, è sempre stata questa, ed oggi purtroppo i ricordi prevalgono sul presente: restrizioni dei tempi e delle modalità di prelievo, riduzione del territorio, condizioni climatiche avverse ed il progresso in campo agricolo hanno cambiato drasticamente questa tipologia di caccia. Mi ritengo fortunato e penso di poter dire tranquillamente che la mia generazione, nonostante tutto, ha avuto la fortuna di vivere gli ultimi anni d’oro, se cosi possiamo definirli, della caccia a questo magnifico selvatico al quale, ancora oggi, amo dedicare qualche giornata.

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