Finalmente quel giorno arrivò davvero, sembrava impossibile eppure era li! Dopo una lunga, caldissima, ed interminabile estate, era arrivato Settembre e la mia prima preapertura era finalmente alle porte…

Come sapete, sono cresciuto in una famiglia di cacciatori che ha fatto della caccia alla migratoria quasi una ragione di vita ed io non potevo non prendere questa strada: i miei bisnonni, i nonni e mio padre sono stati e sono tutt’ora grandi amanti della caccia alla migratoria; un’arte, una passione, uno stile ed una ragione di vita appunto.
Terminata la scuola, avevo passato gran parte dell’estate con mio nonno che, ormai in pensione, curava i terreni vicino casa. Lo aiutavo spesso anche se la mia testa era decisamente altrove. Lo sguardo infatti era sempre rivolto verso quei filari di rubino dove le tortore amavano sfilare e dove avevo deciso che avrei fatto il mio capanno per la mia prima preapertura. Avevo preso la licenza un anno prima ma ero stato costretto, causa burocrazia, a saltare la preapertura in quanto il mio primo porto d’armi arrivò solo ad ottobre.
L’estate successiva quindi fu per me un’estate interminabile, caratterizzata da notti insonni e da un chiodo fisso chiamato “africanella”. Nelle mie zone, col termine “africanella”, facciamo riferimento alla streptopelia turtur, la tortora selvatica, il migratore che più mi affascina: veloce, schivo ed imprevedibile, un migratore vero, incantevole e difficile da cacciare, un migratore che sogno spesso fino a quando non arriva un momento particolare della stagione estiva.
Quando, superata la metà di agosto, l’aria inizia a rinfrescarsi ed inizio a vedere volteggiare in aria branchi di gruccioni, o quando in campagna i fili della corrente o i vecchi fili del telefono iniziano a popolarsi di rondini, inizio a capire che “ci siamo”, che il sogno sta per diventare “realtà” e che ormai è questione di giorni.
Quel momento arrivò anche quell’estate quando, di colpo, mi trovai alla vigilia della mia prima preapertura. La sera prima del fatidico giorno, preparato tutto l’occorrente, andai a letto ma non riuscii a chiudere occhio, solo la sveglia interruppe il silenzio notturno e, fatta una rapida colazione, raggiunsi il posto di caccia con mio padre; il sollievo fu enorme quando capii che nessuno ci aveva preceduto e che quindi aveavamo preso quello che secondo noi era il posto migliore per passare una bella giornata di caccia. (Ammetto che oggi non è più così, sono molto più razionale, se trovo un posto occupato ne cerco un altro ma… provate a dirlo ad un giovanotto alla sua prima preapertura!)
Sistemammo i capanni a debita distanza sia dalle piante che in termini di sicurezza; caricai quindi il mio sovrapposto ed iniziò un’altra lunga, infinita ed emozionante attesa.
Ricordo ancora oggi quasi tutte le sensazioni provate pur essendo passati più di venti anni, ricordo i profumi della stoppia bagnata di settembre, le raccomandazioni di mio padre, i lamenti notturni delle volpi e lo spavento che mi fece prendere una civetta venuta a farmi visita passandomi a pochi metri dalla testa.
Anche quel momento apparentemente infinito passò e le prime luci dell’alba mi diedero la consapevolezza che ormai l’istante tanto atteso era arrivato; di lì a poco sarebbero arrivate le prime tortore e mi sarei confrontato – finalmente – con il selvatico che tanto avevo sognato.
Come spesso accade, la distanza tra il sogno e la realtà è tanta – troppa – e, se nei miei sogni le mie fucilate andavano tutte a segno, le tortore mi riportarono subito coi piedi per terra.
Quando iniziò a sorgere il sole, più di qualche volta fui tentato ad alzare il fucile verso delle povere rondini che, veloci e saettanti, tentavano involontariamente di ingannare la vista di un giovane cacciatore alla sua prima preapertura fino a che, tra queste, cominciarono a muoversi anche le prime tortore. Ricordo che ne passavano diverse, spesso fuori tiro rispetto alla mia postazione, e rimanevo incantato a guardarle sperando che prima o poi qualcuna di queste fosse passata dalle mie parti!
Mentre ero lì, assorto nei miei pensieri, fui letteralmente svegliato dall’urlo di mio padre: «Occhio avanti!».
D’istinto mi accucciai dietro il riparo che avevamo costruito poche ore prima, cercando di scorgere l’ombra in avvicinamento. Eccola: bellissima, veloce e sfalchettante, puntava dritto verso di me. Strinsi l’astina del sovrapposto, il cuore a mille; la seguii con la canna, calcolando il tempo per uscire allo scoperto. Ora.
Imbracciai, sparai il primo colpo, poi il secondo… ma la tortora volò via, accelerando il battito d’ali. L’avevo sbagliata clamorosamente!
Impreco e nel mentre ricarico il fucile e «Sopra! Sopra!», torna ad urlare mio padre!
Alzo la testa e vedo con la coda dell’occhio un’altra tortora (la stessa?), mi giro e tiro di stoccata: una spiumata precede un corpo nero che si appallottola e cade giù. Non ci credo, l’ho presa… la mia prima tortora!
Esco di corsa dal capanno e mi dirigo verso il luogo dove l’ho vista cadere, non la trovo, penso di averla persa fino a quando non vedo qualche piuma bianca in terra, faccio qualche altro passo e… eccola finalmente!
La raccolgo voracemente, la accarezzo per ricomporla, non ci credo, ce l’ho fatta! Quello che avevo sognato da sempre si è realizzato, ho finalmente preso la mia prima tortora e ce l’ho tra le mie mani, sono entrato nel mondo dei “grandi”, anche io potrò dire di aver fatto la mia preapertura!
Il mio idillio viene però prontamente interrotto da papà che all’urlo di «Torna dentro che ce ne sono altre!» mi invita a rimettermi al mio posto e prepararmi ad una nuova eventuale azione, che emozione!
In quella giornata seguirono altre fucilate, tante non andarono a segno, in altre fui più fortunato, altre non riuscii proprio a spararle in quanto sorpreso mentre osservavo le tortore che avevo nel mio capanno!
Fu una giornata bellissima, non eccezionale dal punto di vista del carniere ma per me importante: iniziava così quella che era la mia prima preapertura ed il mio primo vero incontro con la tortora, un selvatico che purtroppo oggi, nonostante non sia quasi più cacciabile, continua ad essere uno di quelli che amo di più e che spero di poter un giorno ritornare a cacciare.